L'osservazione partecipe

"Non è la fredda analisi ma la meraviglia a parlarci il linguaggio della conoscenza"

Cosa e come osservare il bambino che presenta disabilità

Prima di arrivare ad un giudizio conoscitivo, dobbiamo aver imparato ad osservare a lungo, ascoltando l'eco che questa stessa osservazione procura in noi.

Ciò a cui miriamo come insegnati è:

 

  • comprendere il cammino di maturazione che affronta ogni bambino, ogni giorno

e

  • avvicinarci alla conoscenza dell'essere più che alla nozione della disabilità o al suo nome che pure ha il suo valore conoscitivo, ma spesso è una piccola espressione dell'essere ma può prendere troppo spazio e condizionare la relazione e l'intervento didattico. 

Lo strumento dell'osservazione attenta e partecipe verso gli sviluppi dell'alunno permette di dare a lui ciò che effettivamente gli serve in quella tappa di crescita, essere nel flusso accanto e con lui.

Noi sappiamo che quando andiamo ad osservare portiamo incontro ciò che già è in noi presente, per questo il primo momento è determinante nell'incontro perché si muove qualcosa di molto intimo, sappiamo che spesso la conoscenza con un essere è colorata per anni da quell'imprinting iniziale ma questo già ci dice che la nostra anima interferisce e la conoscenza è mediata, da qui il nostro lavoro perché la nostra anima che osserva si disponga il più possibile a dimenticarsi di sé per poter andare incontro all'altro.

E' un vero e proprio paradosso se non portiamo interesse sincero verso colui che osserviamo non potremo conoscerlo eppure l'interesse può essere quello stesso calore che arriva ad offuscare la conoscenza che tanto desideriamo.

Fare spazio, creare le condizioni perché l'altro con la nostra presenza trovi essenzialmente se stesso, questa la grande spinta empatica del maestro-terapeuta.

Ogni qual volta mi pongo di fronte all'altro in una relazione duale io posso essere veicolo per l'altro di trasformazione. Molto si gioca perciò nella capacità di osservare il bambino spregiudicatamente. Poi giunge la possibilità di percepire e perciò di scomporre mille input che giungono insieme.


Cosa osservare?

 

  • La forma della sua corporatura nelle sue parti, nella sua preminenza e mancanza
  • Il suo movimento spontaneo.
  • La sua andatura, la corsa, il salto, la capacità di equilibrio, il lancio, l'afferrare.
  • Il suo coordinamento motorio, il suo rotolare e far rotolare, il suo sostare.
  • Il suo orientarsi nello spazio.
  • La sua dominanza nella lateralità del piede, della mano, dell'occhio.
  • La sua funzionalità percettiva dei sensi centrali: vista, udito, gusto, tatto, olfatto.
  • Il suo gioco spontaneo.
  • Il suo linguaggio.
  • La sua scrittura.
  • Il suo disegno e segno grafico.
  • L'uso dei colori.
  • Il suo senso del ritmo, del tempo la sua capacità di ricordare il passato e le proposte o progetti futuri.
  • Le sue domande.
  • Le sue paure.
  • La sua allegria.
  • I suoi dubbi e le domande ricorrenti.
  • La sua capacità di essere con gli altri, adulti, bambini, coetanei.
  • La sua possibilità di narrare.
  • Il suo inventare da una fervida immaginazione storie o giochi.
  • Il suo rapporto con le regole.
  • La sua capacità di osservare, di ascoltare.
  • La sua autonomia nell'azione quotidiana e la responsabilità di fronte ai suoi impegni.
  • La sua originalità nella gestione dei suoi quaderni e compiti.
  • Il timbro della sua voce.
  • Le sue predisposizioni.
  • Il suo rapporto con il calore e con il freddo, con la Natura, le piante, gli animali, gli insetti.
  • Le sue strategie per risolvere difficoltà.
  • Il suo far di conto, leggere, ricercare.

L'elenco potrebbe continuare e così l'analisi percettiva, ma ecco che queste percezioni divengono una immagine tridimensionale e si riconnettono nell'interno di quel maestro appassionato e spregiudicato che non opera sulle disabilità, ma sull'essere integro del bambino. Ecco che nell'interiorità di quel maestro sorge una rappresentazione, un simbolo che dal'idea di quell'essere, sorge un suono, un colore che parla dell'essere ad un livello più profondo. E' il concetto, spesso indicibile e difficile da descrivere, di ciò che veramente è buono per il bambino, questo accade fuori dell'aula, in quello spazio di riflessione a fine lavoro, mentre in aula sorge l'azione o la parola che può condurre il bambino avanti di un passo. Sfocare, mettere a fuoco un alterno gioco di sintesi e analisi che solo all'interno dell'educatore che opera, può riconnettersi e dove il bambino può anche trovare una vera terapia. Quel luogo magico è nell'anima del suo insegnante.

Manuela de Angelis