Intervista a Manuela de Angelis

INTERVISTA di Grazia Vinci a Manuela de Angelis, docente e cofondatrice della Libera Scuola Janua di Roma, inserita nella tesi di laurea “Le metodologie di insegnamento nelle libere scuole Waldorf” realizzata nell'anno accademico 2006-2007 presso la facoltà di Lettere e Filosofia, Università Tor Vergata di Roma.

 

 

 

 

 



D) Come sei venuta a conoscenza della pedagogia steineriana?

Cercavo su due fronti.

Come docente dal primo anno del mio lavoro nella scuola media ho sempre ricercato formazioni che potessero darmi sostanza. Sono sempre stata piena di domande su come accostarmi ai ragazzi e su nuove metodologie.

Come genitore-lavoratore senza aiuti familiari ho sofferto nella ricerca di asili nido per i miei figli; cercavo una dimensione umana, ritmica, con una attenzione individuale all'essere del bambino: ne ho cambiati 3. Nella scuola materna stesso aspetto, il “dolore” andava per i banchi che bloccavano il movimento e il gioco libero dei bambini, per la frettolosità del gesto e la assenza di calore umano.

Come persona mi interessavo di medicina e salute, cercando aspetti che trovassero coinvolto tutto l'uomo nella sua dimensione fisica, psichica e spirituale. Leggevo A.AM TERRA NUOVA e fra gli annunci di attività per bambini venni a conoscenza dell'esistenza della scuola Steineriana di Roma, a Monte Mario.

Sentii parlare della stessa scuola pochi anni dopo da un amico tedesco, un ragazzo molto dinamico ,che si faceva lo yogurt da solo usando il suo sacco a pelo, che sapeva rammendarsi i calzini e amava la vita. Mi raccontò che aveva frequentato una scuola che aveva molta attenzione al processo di autonomia degli studenti. Andai con lui a vedere la scuola, ma non trovai nessuno. Ritornai autonomamente con una domanda sulla formazione degli insegnanti e l'anno successivo ci vedemmo con Stefania Carosi e un gruppetto di persone interessate al seminario di formazione pedagogica per insegnanti, che partì l'anno successivo, sotto la responsabilità della stessa Carosi.

 

D) Come è maturata l’idea di diventare insegnante steineriana? E come hai sentito il bisogno non solo di diventare maestra, ma di fondare una scuola?

Io non mi sento insegnante steineriana, ma semplicemente insegnante.

La  prima mia scelta è stata proprio quella della professione docente: volevo incontrare l'infanzia. Ebbi questa intuizione sul mio futuro a 13 anni e la perseguii con forte determinazione.

A 20 anni lavoravo con un incarico annuale in alcune scuole della provincia di Roma.

La seconda  scelta significativa è stata quella di aver voluto lasciare la scuola pubblica dopo avervi insegnato con slancio e impegno per 24 anni. Andai via poiché nel frattempo  qualche cosa era maturato come realtà concreta: mi sono impegnata nella fondazione prima di una associazione di insegnanti e poi nella nascita di alcune strutture per l'infanzia (2 scuole materne all'interno di condomini e una in un casale presso una villa privata).

Per un anno mi sono messa a divulgare con slancio presso centri sociali, appartamenti privati, l'idea di educazione e istruzione che mi era a cuore. Infatti studiare Steiner e la possibilità di fare scuola in modo creativo, nel rispetto dei tempi educativi, nel riconoscimento del valore dell'individualità, aveva trovato forte eco nella mia interiorità e riscaldato la mia vocazione all'insegnamento.

L'associazione Janua, di cui ero presidente, e che si proponeva fra i suoi intenti la gestione di scuole, voleva essere espressione di una modalità organizzativa organica ispirata ai principi della triarticolazione di Rudolf Steiner, mentre l'esperienza pedagogica negli asili trovava radice nella visione antropologica dello stesso. Rispetto alla gestione triarticolata della scuola incontrai nel mio cammino Rosa Letelier che ricercava in questo ambito e proponeva stimoli per la nascita e la crescita di organismi sociali a partire dalle forze di iniziativa dei singoli ,aiutando a distinguere con coscienza ciò che diversamente muove una iniziativa economica da una culturale. Dopo 5 anni di vita degli asili è nata fra i genitori la richiesta di prosecuzione della scuola. Nel gruppo d'iniziativa che coordinavo vi erano futuri maestri, persone che si erano formate come me, o in un successivo corso, ma che non avevano esperienza d'insegnamento. Capii che toccava a me espormi e lasciare la funzione più organizzativa e contemporaneamente fare il salto dal pubblico al privato, da un contratto da dipendente ad uno di libera professione.

La domanda che tu mi poni è una domanda esistenziale. Come maturano le idee nell'interiorità?Come si arriva a prendere una iniziativa? A che età si arriva a prenderla? Da cosa si è spinti? La scelta a 20 anni è come la scelta a 42? In cosa differisce? Pongo questi interrogativi per aprire uno spaccato sul tema biografico che comunque riporta a Steiner e all'osservazione fenomenologica di alcuni tempi di maturazione che accomunano gli uomini confrontando le diverse vite umane nel loro svolgersi. La scelta di essere maestra arrivò come una necessità ideale, ma pur sempre una necessità, seppure ho chiaro il momento in cui decisi fra un  percorso di studi o un altro in vista della professione. La scelta di fondare la scuola Janua steineriana e di essere maestra all'interno, fu una scelta che mi permise di respirare una maggiore libertà nello svolgimento di una professione che è oggi così importante da riconsiderare e da sostenere per il benessere delle giovani generazioni.

 

D) Che vantaggi e svantaggi ci sono in un’organizzazione scolastica lasciata interamente nelle mani dei maestri? Come fa ogni maestro/maestra di classe ad occuparsi della sua classe e a “reggere” la scuola?

Ci sono idee che vanno comprese prima di fare affermazioni così drastiche. Chi ha detto che la scuola è interamente in mano ai maestri?

Aprire e gestire una scuola che si ispiri alla triarticolazione come base porta la libertà di trovare la forma che più si adatti alle forze formative e alle risorse reali presenti fra quelle individualità che operano per il progetto. Quando una scuola nasce i tre diversi aspetti, culturale, economico e amministrativo, sono fusi e integrati dalle persone che pionieristicamente avviano. Man mano che l'iniziativa cresce avviene la divisione del lavoro a partire dal reciproco riconoscimento dei talenti individuali Più vi è attività pensante condivisa, cioè più viene svolto un lavoro di condivisione dell'immagine di cosa si va a costituire, più ciò che nascerà sarà sano. Mi esprimo con più chiarezza. Quando si crea una iniziativa non vi è una idea standard di applicazione, ma una idea viva che si deve intravedere nel seme della nascita. Gli uomini che avviano una iniziativa insieme devono trovare il tempo buono per condividere il loro ideale e cominciare a servire l'iniziativa a partire dal riconoscimento di ciò che come impulso vive in loro. La forma che prenderà l'iniziativa si vedrà più tardi. Esistono fasi come quella progettuale che sono determinanti perché l'iniziativa possa svilupparsi. Ma lo sviluppo di una scuola dipende dalla visione organica che abbiamo maturato. Ci sono piante che hanno tempi di germinazione molto più lunghi di altre, piante che manifestano un largo apparato fogliare, piante che si ergono con un grande fusto con poche e tremule foglie: ecco questa immagine può dare una immediata idea di una diversa caratterizzazione di ogni organismo sociale, perciò di ogni scuola, che si forma e sviluppa in modo diverso. Questa mia digressione mi ha permesso di dirti che non è necessario, o se si fa deve essere consapevolmente scelto, premettere che la scuola è interamente in mano ai maestri. Detto ciò, credo che sia originale e di gran valore il pensiero che i maestri siano coscienti dei processi di iniziativa, gestione della scuola, dei bisogni della struttura, delle singole persone che vi lavorano, delle famiglie che chiedono il servizio. In effetti la scuola si regge sulle forze di surplus del mondo economico, sullo spirito di sacrificio dei singoli che la sostengono e sulla volontà di ricerca dei docenti. Tutto questo più è cosciente e condiviso più la scuola echeggia di forze morali che sono la base robusta per la crescita degli alunni

 

D) Steiner dice che la maestra per poter sostenere (sorreggere e guidare) la sua classe per tutti e otto gli anni deve compiere su di sè un lavoro continuo di autoeducazione. Come è stato il tuo cammino? E come ti hanno aiutato in questo tuoi ragazzi?

Questa domanda coglie il cuore del problema: gli alunni sono i veri maestri dei maestri.

Questa frase può sembrare retorica o sentimentale, ma invece, se si osserva bene, è lì nel quotidiano incontro fra persone di generazioni diverse che può avviarsi il rinnovamento, la trasformazione, l'accoglimento della diversità e perciò la crescita dell'individuo che sia insegnante  o che sia alunno.

Il cammino di autoeducazione consigliato da Steiner richiede all'individuo di esercitarsi per il controllo e sviluppo della qualità dei  pensieri, dei sentimenti e degli atti volitivi, propone esercizi di retrospettiva per lo sviluppo della facoltà del ricordo, per la forza immaginativa e indica come le facoltà di coraggio, di iniziativa, di sensibilità e responsabilità nella vita sociale, possono acquisirsi solo nel lavoro di equipe.

Il cammino di autoeducazione non è un cammino che si inventa dall'oggi al domani, richiede la salda motivazione a prendere in mano i propri limiti e ad accogliere con slancio i propri talenti impegnandoli per l'altro. Ciò che conta è arrivare a non ingannare se stessi e chi meglio degli alunni, che quotidianamente si affidano al maestro che esercita una autorità e che ha l'ardire di essere la loro guida, può rimandare la vera immagine di se stessi? Una maestro che si commuove o che diventa permaloso, che accelera o rallenta i processi, che si indigna, che si vanta, che ascolta parzialmente, è un uomo in grado di lavorare su se stesso e ciò che fortificherà gli alunni non è solo ciò che il maestro è, ma ciò che il maestro si impegna a diventare.

 

D) Nel ciclo unico il salto dalla scuola elementare a quella media non esiste, ma c’è  un momento in cui l’insegnante realizza di non avere più davanti a sé una classe di bambini ma di giovani; come hai vissuto questo passaggio?

Personalmente, avendo da trenta anni avuto sempre a che fare con la fascia delle medie, attendevo questo momento con gioia. I ragazzi cominciano a trasformare il fisico, la voce, il modo di porsi, di interagire, si chiudono a quella allegra e fresca meraviglia e cominciano a sospettare, a divenire più solitari, diffidenti e al tempo stesso entrano le dinamiche relazionali. D'improvviso ciò che più conta è questo mondo della relazione. Cresce la capacità di discernere, anche se in modo ancora grossolano e confuso. E' in questo il periodo che nelle nostre scuole ha grande valore l'esperienza scientifica degli esperimenti di fisica e chimica, l'osservazione del cielo e in genere tutto ciò che libera il pensare da tensioni e crea una vera condizione igienica per il sano sviluppo del pensiero critico che si comincia ad affermare intorno al quattordicesimo anno, ma che già lascia traccia in sesta classe.

 

D) Qual’ è stato il ruolo dei genitori in questi otto anni? E come sono andate le relazioni con loro?

I genitori hanno un importante compito nella nostra scuola. Essi hanno la possibilità di arricchire la crescita culturale dei loro figli con esperienze sociali, possono prendere delle bellissime iniziative per far sperimentare ai bambini un ambiente denso di vita artistica, artigianale e dedita alla Natura e al miglioramento dell'ambiente, una vita di collaborazione fra adulti e già questo è tantissimo per un epoca che vede l'uomo soffrire  di isolamento. Il bambino cresce immerso nella laboriosa attività della scuola dove maestri e genitori collaborano in armonia con i momenti dell'anno.

I genitori fondatori della mia classe, hanno accordato molta fiducia a me come maestra e alla scuola, che sono stati chiamati a costruire. Ciascuno ha dato secondo le sue possibilità: chi ha costruito le panche, chi ha tinteggiato i muri, chi ha lavorato al giardino. Alcuni hanno contribuito nell'amministrazione rivestendo incarichi, nella gestione quotidiana, fino a che la scuola è cresciuta ed è stato possibile assumere figure professionali. E' importante però che chi voglia far crescere la scuola affiancando la spinta dei maestri abbia uno sguardo più ampio e una motivazione che trascende le necessità del proprio figlio. Queste persone, nella mia esperienza, sono poche e sono le uniche che potrebbero avere incarichi di responsabilità, le altre avranno la opportunità di crescere nella sfera culturale e sociale, in modo assolutamente variegato e al tempo stesso attraverso i loro interrogativi e attraverso la loro volontà di manifestarsi sarà possibile osservare nuovi talenti.

 

D) Durante il tirocinio da Marco e Daniele mi sono chiesta se c’è qualche limite nell’insegnamento a ”periodi” o se davvero è possibile portare tutto il programma ( so che il programma viene deciso interamente dall’insegnante, però ci sono gli esami di terza media da superare ) concentrando l’insegnamento principale nelle prime due o tre ore del mattino? Vorrei conoscere la tua esperienza?

L'ottava classe  è un caso a sé. Infatti, non potendo proseguire ad oggi la nostra scuola fino alla dodicesima per motivi contingenti, economico-strutturali, i ragazzi che frequentano l'ottava devono svolgere il lavoro di ottava e terza media insieme.

Per esempio: lavorano ad un progetto teatrale ampio che li vede coinvolti per molti mesi dalla creazione dei costumi, delle scenografie, delle risoluzioni musicali con musica dal vivo e come attori (la mia classe ha messo in scena, in un teatro del quartiere, “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare, in versione integrale) e si preparano contemporaneamente ad affrontare l'esame di stato; portano avanti il programma di storia fino ai giorni nostri, così come gli viene chiesto dagli esami , ma sono invitati ad approfondire le biografie di uomini di scienza, di personaggi storici del 600, del 700, e dell'800 così come nella nostra scuola si costruisce il valore della storia attraverso gli uomini e le loro idee e realizzazioni. Può esserci  perciò per i ragazzi un surplus di impegno di tipo mnemonico e cognitivo che deriva dall'impossibilità di seguire fino in fondo il criterio evolutivo e i tempi di elaborazione calma e profonda con una fase di spiegazione,  una di ricordo e una terza di elaborazione personale. Inoltre vengono ridotte all'osso le uscite per il lavoro agricolo, gli stages per l'incontro con il mondo del lavoro, esperienze per loro altamente formative.

Indubbiamente, comunque, quando si arriva in ottava ci si accorge che è necessario cominciare ad offrire ai ragazzi più occasioni di incontro con la realtà specifica e specialistica, per cui le “epoche” sono più brevi e si inseriscono in classe delle figure professionali specifiche, ad esempio io ho invitato in classe un consulente informatico, un ricercatore fisico, una attrice-regista, un giornalista.

 

D) Tu credi che ci siano dei limiti nel metodo di insegnamento proposto da Steiner?

Se per metodo si intende un modo di procedere razionale atto a raggiungere un risultato, direi innanzi tutto che non è un metodo, ma una proposta pedagogica a partire dalla visione antropologica che fornisce Steiner e che interpella gli educatori verso una comprensione dei tempi evolutivi dell'essere umano e vuole valorizzare il ruolo del docente nelle diverse funzioni  nel primo, secondo e terzo settennio. Io credo che il metodo può esserci laddove si fonda sul materiale didattico strutturato o su una precisa scansione del tempo, ma dove si fonda sul cammino interiore dell'uomo e sulla capacità di osservare ciò che è buono per il bambino e per i tempi in cui questo bambino è inserito, non si può usare una parola così restrittiva. I limiti non sono perciò tanto nella visione antropologica dataci da Steiner, né nei suoi spunti di didattica e nelle proposte di lavoro con gli studenti, ma negli insegnanti che attuano, o negli uomini che avviano strutture educative con visioni limitate e limitanti.

 

D) La classe in otto anni diventa o dovrebbe diventare una comunità in cui nessun membro è sostituibile e in cui regna il mutuo soccorso. Nella società contemporanea in cui l’individualismo è una norma questa realtà  sembra un po’ fuori dal mondo. Come sei riuscita a creare un clima di comunità nella tua classe?

Ti ringrazio di pensare che io ci sia riuscita o forse è meglio dire che io e i miei alunni ci abbiamo provato. Poiché mi è difficile sintetizzare il percorso di una vita e il mio impegno nella direzione del dialogo che ha reso fecondo il mio insegnamento, ti risponderò che ci siamo in parte riusciti per le idee che abbiamo messo in circolo all'interno del nostro gruppo di lavoro.

La chiave è: imparare ad ascoltare e ad osservare e a non  temere il conflitto e la difficoltà relazionale tra gli alunni. Nei momenti di difficoltà fra bambini si interviene in modo immaginativo. Ad esempio in  terza elementare creai una storia con quattro re, che avevano tante diverse qualità, ma che non potevano procedere nel loro cammino perché non volevano fare il primo passo per andare incontro all'altro. Arrivò un menestrello che li invitò nella piazza del sole e ... da allora i momenti di Circle-time sono  per noi il momento della “piazza del sole” e non è più necessario che io li solleciti, ma sono gli stessi alunni a darsi questo modo di superare le difficoltà attraverso l'ascolto.

Comunque ti lascio uno scritto che darò ai ragazzi al termine dell'ottava e che vuole darti una immagine delle idee portanti e feconde sulla vita sociale che sono circolate fra noi.

Ecco cosa vorrei avervi trasmesso:

che ogni uomo, anche il più apparentemente insignificante, è un universo di doni per l'umanità,

che  vale sempre la pena di faticare per capire e  per comprendere,

che ciò che ci accade è fecondo se noi ci mettiamo in ascolto,

che non ci sono cose poco o tanto interessanti, ma esseri umani poco o tanto interessati, con le miriadi di sfumature che volete inserire,

che per cambiare ciò che non ci piace dobbiamo onestamente guardare in noi e trasformare la sterile polemica in una critica propositiva e creativa,

che il dialogo è uno strumento in mano agli uomini, apparentemente facile e a disposizione di tutti, in realtà vigoroso segnale che ancora contraddistingue i pochi,

che il dialogo sperimenta le vie più difficili e impervie per poter giungere nei luoghi di anima, di spazio, di cultura, più lontani e per molti inavvicinabili e, riuscendoci, restringe la distanza fra  universi e produce una melodia interiormente  udibile,

che  non ci sono argomenti su cui non possiamo sforzandoci di pensare, dire la nostra idea, senza chiederci a priori se tale idea appartiene ad un gruppo o ad un altro,

che i più piccoli e i più indifesi ci guardano e a loro va il nostro amorevole aiuto,

che si possono lasciar agire le domande senza affrettare risposte così da rinvigorire il proprio modo di guardare il mondo,

che l'importanza è cogliere il procedere, è l'esercitarsi perché ad ogni tappa si apre un nuovo orizzonte,

che ciò che rinvigorisce non è affannarci ed entrare in ansia per un risultato, ma stare e procedere gustando ogni momento e seguendo il procedere stesso passo dopo passo; la meta è alta e lontana, ma la vera meta è procedere assaporando l'oggi.

Che la compassione, il perdono sono fonti di vigore e spingono avanti il nostro spirito, ma vanno perseguiti, non si raggiungono se non si ricercano.

Che sapere non basta: sapere è un gradino per comprendere, è necessario che ciò che conosco divenga da me elaborato, digerito ,compenetrato e divenga ;saper porre interrogativi,saper chiedere aiuto.essere pronti a dare aiuto.

Ecco cosa porto con me:

i vostri occhi che ascoltano e le vostre orecchie che parlano, le vostre bocche che ridono e parlano parlano parlano ...

la testa bionda di S. che disegna, disegna, mappe, cartine, fantasy, fumetti e che se solleva lo sguardo coglie tutto senza troppe parole e poi risprofonda nelle sue produzioni artistiche, le sue relazioni geografiche con cartine accurate,

le mani conserte di R. che tacciono perché il cuore vibra e gli occhi si inumidiscono o si dilatano contemplando la grandezza che pochi sanno vedere,

il sorriso silenzioso e penetrante di E. che non cede e non molla e non si va ad invischiare in meandri in cui non vuole andare, ma accompagna chiunque senza giudizi e critiche,

l'andirivieni roteante del passo di D. che cerca una penna o un quaderno o improvvisamente coglie un'ispirazione e scrive una rima che ci fa più buoni, il suo disordine che anela l'ordine, ma che non sa da dove si comincia, la sua musicalità creativa la sua gioia di recitare,

il ronzio silenzioso del pensiero di G. a cui interessa l'uomo e a volte si rassegna al  perdere zaini e libri perché forse ha troppo da tenere; la sua tenacia nella ricerca della sostanza, meno interessato alla  forma, si può rimanere anche a ricreazione a capire oppure sentire, il suono della chitarra amica che incontra quella dell'amico,

il muso imbronciato e l'occhio vivace di E. che in punta di piedi sfiora il terreno per godersi il movimento della relazione sincera e leale, il suo piacere per la musica, la danza, il canto, il teatro e la pittura,

gli sguardi furbetti di M. che anela al vero con spregiudicatezza e mostra il valore di un'intelligenza acuta il suo dipinto del chiaro di luna,

la vivace curiosità di G. e l'amore saggio e spensierato per l'avventura e il nuovo, la sua scrittura con la “v” che diviene “f”, le sue spalle, che conosco quasi più del suo viso, per i suoi impellenti dialoghi con il compagno del banco di dietro,

la fatica di alzarsi alle 8 del mattino di A., la sua delicatezza unita alla sua volontà di cogliere l'essenziale e di  non barare, la passione per  il sudoku,

la bella voce di L., lo sguardo di Venere, che si  domanda quale orizzonte guardare, purché sia ampio e non soffochi il bene, le sue forme disegnate e appese per giorni in classe,

i dipinti di E. che ricerca il suo stile individuale e mette come primo punto dell'amicizia l'autonomia di pensiero e azione, la sua pazienza e la sua capacità di stare nella concentrazione a lungo,

gli abbracci di A. e le sue carezze sulla schiena, il suo sguardo che mette alla prova, il suo omino di legno che dondola sul supporto intagliato con rapidità e curiosità,

la spassionata sincerità e fedeltà all'impegno di G., la sua leggera ironia che accarezza senza ferire e muove l'altro verso il meglio di sè, le sue mani impegnate con la corda, i palloni, le penne da lanciare, l'orologio ... il suo passo e la sua andatura che abbracciano mondi lontani, i suoi dialoghi sugli avvenimenti di attualità, la sua amicizia senza frontiere,

le impuntature di E. nate dai valori del  rigore e della serietà e la delicatezza dei suoi disegni e la poesia dei suoi scritti volti a guardare l' interiorità con apertura,

le forme plastiche di creta di E., la sua concentrazione nello scolpire, intagliare e modellare, i suoi occhi grandi e la volontà di avere un quaderno bello senza una grinza a costo di sacrificare più tempo, per scrivere prima a matita e poi a penna, si, il bello è lo splendore del vero.

l'esperienza di J. che si apre alla conoscenza con .volontà di lottare e di sudare, le sue osservazioni e chiarimenti, le sue risate e la sua andatura scanzonata, il suo programma di acrobatica per il giardino che forse si potrà attuare fra qualche tempo,

l'ordine facile di T., il suo amore per il dialogo in lingue straniere, il suo dipingere cercando gli spazi ampi bianchi per accompagnare composizioni cromatiche nello spazio.

 

D) Visto che la mia tesi è sulle metodologie di insegnamento mi tocca farti pure queste domande sulla didattica.

Tu vieni dalla scuola pubblica; rispetto alla tua esperienza quali sono le differenze principali nell’utilizzo delle metodologie didattiche tra la scuola statale e quella steineriana? (La differenza può anche essere in una maggiore coscienza di come queste vengono usate).

Le metodologie che io intendo riguardano sia l’uso degli strumenti tradizionali quali libri, lavagna, l’arredamento dell’aula, la disposizione dei banchi, l’utilizzo della cattedra (che in classe tua sembra essere un mobile su cui si appoggiano libri da consultare e non un banco dietro cui sedersi - intendiamoci questo io lo trovo positivo); sia il modo di parlare e di muoversi della maestra nell’aula, il modo in cui si relaziona alla classe e all’allievo, il metodo di valutazione, etc..

Manu a questa domanda un po’ poco chiara rispondi liberamente o se non hai capito scrivimelo e io cercherò di essere più comprensibile.

Forse ti ho già risposto ma se vuoi posso specificare meglio le caratteristiche dell'insegnamento nella libera scuola Janua in questo periodo:

·  Educazione all'osservazione dei fenomeni e aiuto a far nascere domande.

·  Educazione ad un qualità di ascolto sempre più intensa, per lo sviluppo di una attenzione sociale e di un pensiero articolato e chiaro.

·  Attenzione ai tempi evolutivi nelle proposte pedagogiche.

·  Aiuto a saper fare, a saper creare, ideare, progettare fin dalle prime classi.

·  Educazione al senso della forma con disegni, simmetrie, riconoscimenti nella Natura, esercizi motori di orientamento nello spazio: Imparare a scrivere in prima classe avviene dopo un attento periodo di lavoro sulla percezione dello spazio, con esercizi di movimento e cura della direzione e dell'orientamento dei gesti, camminate, scrittura con e segni sulla sabbia, su fogli grandi, costruzione di forme con sassi.

·  Sviluppo della sensibilità artistica del colore con esercitazioni settimanali di pittura ad acquarello.

·  Insegnamento ad epoche: le materie di studio sono distribuite in cicli continui di 2-3-4 settimane

·  Tutto l'insegnamento è portato dai maestri in modo artistico. I ragazzi non hanno un libro di testo,  ma i loro quaderni, curati e disegnati da loro stessi sono in effetti i loro testi per ricordare e ripassare. Dalla prima media i ragazzi fanno ricerche su diversi testi ed enciclopedie. Ogni ricerca è essenzialmente un modo per evidenziare domande, più che trovare definitive risposte.

·  L'apprendimento avviene rispettando tre fasi: fase di spiegazione, fase di ricordo e fase di rielaborazione personale e artistica.

·  Vi è un maestro di classe coordinatore che segue gli alunni dalla prima alla ottava.

·  Due lingue dalla prima elementare, fino alla quarta portata essenzialmente sotto forma di gioco con dialoghi orali e poi dalla quinta introduzione della grammatica.

·  Arte del movimento. Euritmia, giocoleria, giochi sportivi e ginnastica.

·  Dalla quinta classe si introduce la scultura del legno.

·  Dalla prima attività di lavoro manuale: cucito, telaio, macramè, lavoro ai ferri e all'uncinetto, fino a giungere al lavoro con la macchina da cucire, tali attività sono per maschi e femmine e con il passare degli anni si intensifica la fase di progetto e di lavoro in comune es. realizzazione di scenografie.

·  Scelta dello strumento a 9-10 anni, dalla quarta esercitazione settimanale di orchestra di classe  e di scuola.

·  Esercitazioni settimanali di coro.

·  Dalla sesta laboratorio per le esperienze di fisica e di chimica.

 

D) L’educazione alla libertà per te in cosa consiste? Secondo te i tuoi ragazzi riusciranno a portare fuori, nel mondo i loro germi di libertà?

Educare attraverso la fiducia l'essere umano in divenire all'ascolto, al giudizio ponderato e cosciente e non affrettato, all'osservazione pacata e attiva, al rispetto per la madre terra e per ogni essere vivente, alla diversità come valore. Potrei continuare, ma mi sembra importante sottolineare che per educare alla libertà bisogna che ogni maestro ed educatore penetri dentro il testo chiave di Steiner che è “Filosofia della libertà”, ma questo è un capitolo per un'altra tesi.

Buon lavoro